Vacanze dell'Anima


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Filippo Faes

Abstract_2011

Il tempo è come una manciata di sabbia: più stringi il pugno, più in fretta i suoi granelli ti sfuggiranno dalle dita.
Proverbio

Che cos'è il tempo? Se non me lo chiedi lo so; ma se invece mi chiedi che cosa sia il tempo, non so rispondere.
Sant’Agostino

Già, che cosa è il tempo?

Probabilmente, pochi di noi risponderebbero con parole chiare e inconfutabili a questa domanda, eppure, dal canto suo, il tempo saprebbe dirci tante cose su di noi, sulle trasformazioni che la nostra società sta vivendo, sul suo stato di salute e sulla nostra crescita interiore, in questi anni di progresso obbligatorio e accelerato. Basterebbe chiederglielo, e osservare come inevitabilmente è mutato il rapporto che abbiamo con lui.

Siamo diventati abilissimi a sminuzzarlo, il tempo: meccanicamente lo riduciamo in piccoli pezzi e ci aggrappiamo a ogni suo frammento, “stringendo il pugno” e sembra che non possiamo più farne a meno. Per esempio, ci sentiremmo spaesati se in un grande magazzino non sentissimo la pulsazione sintetica della musica di sottofondo, e un notiziario radio mancherebbe di dinamismo, senza il sottofondo ritmico e adrenalinico che accompagna la voce dello speaker. A qualcuno potrebbe sorgere il dubbio che proprio quell’adrenalina serva a coprire l’immobilismo della nostra politica, le notizie sempre uguali a se stesse che ci arrivano da vent’anni a questa parte... Qualcuno potrebbe anche chiedersi se la pulsazione dei decibel “pompati” in una discoteca non rischi di sostituirsi con prepotenza, spazzandola via, alla dilatazione del tempo che un incontro può farci scoprire, e all’ emozione di sentire il cuore che accelera quando tra due persone nasce una vibrazione nuova. E se da un lato qualunque sollecitazione esogena (i decibel) che si sostituisca ad una endogena (l’ascolto del proprio cuore) agisce come una droga (allo stesso modo in cui, ad esempio, la cocaina (sostanza esogena) va a iperstimolare i recettori della dopamina (endogena) desensibilizzandoci verso quest’ultima, ci si potrebbe anche chiedere quali siano le implicazioni “politiche” dell’abitudine all’ascolto di un ritmo sintetico e completamente prevedibile –nel quale cioè ciò che si aspetta puntualmente avviene- laddove invece, nella grande musica, l’arte del “rubato” ovvero il plasmare e sospendere il tempo, crea continuamente aspettative e sorprese, realizzando ciò che prima pareva imprevedibile e facendolo poi apparire ineluttabile, allenandoci così a risvegliare l’attenzione e la fiducia nel fatto che il cambiamento, l’inaspettato e la crescita sono sempre possibili.
La nostra civiltà sta infliggendo una sorta di “estinzione di massa“ (come quella delle specie viventi) a quella diversificazione ritmica, sorprendente e mutevole, che ha accompagnato secoli di storia della musica, popolare e colta. (Oggi, il 99% della musica commerciale a cui siamo sottoposti è in 4/4 o 3/4, la metrica delle frasi è semplificata al massimo (generalmente in gruppi di 4 misure) e, dal punto di vista armonico, ridotta all’osso. E’ lo stesso fenomeno che ha ridotto le varietà di mais o di frutta oggi in commercio a potersi contare sulle dita di una mano, mentre un secolo fa erano decine o centinaia. E’ una perdita di biodiversità, in questo caso, culturale.

IL nostro incontro sarà un percorso interattivo attraverso la ricchezza di questa “biodiversità” che risciamo di perdere, e attraverso il potere della musica di rendere il tempo tangibile, e di farne un elemento di gioco, di creatività, di scoperta di noi stessi, senza mai “lasciarsi scappare i granelli di sabbia tra le dita” anzi dilatandolo, plasmandolo per arrivare, attraverso di esso, al godimento dell’intelligenza e della bellezza.



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